47-Adidas LA Trainer

scritto da Iviola
Scritto 10 mesi fa • Pubblicato 10 mesi fa • Revisionato 10 mesi fa
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Per la noia di chi leggerà: un altro testo autobiografico. Giuro che scriverò altro in prosa, giurin giuretta!
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Testo: 47-Adidas LA Trainer
di Iviola

Ho un rapporto da sempre tormentato con le scarpe. Fin da bambina mi innamoravo di scarpe particolari: luccicanti, colorate e in generale molto appariscenti, che poi mi ammazzavano il piede. A - credo - otto o nove anni mia madre mi comprò un paio di bianchissime Superga cui cucì un sacco di perline e strass di varia forma: erano strepitose. E ovviamente mi facevano male. Ho inseguito tutta la vita scarpe belle, dimenticandomi che a me servivano in realtà comode. Non ho problemi di piede, sia chiaro, ma sono piccoli, con la pianta appena larga, e non si ispessiscono neanche a camminarci in pellegrinaggio: non sviluppano duroni, calli, occhi di pernice, solo vesciche. Così ne ho comprate a mazzi, ma davvero a mazzi, dai sandali gioiello, alle kitten heels, alle ballerine, agli stivaletti (ho pure le caviglie da lottatrice di sumo: stivali non pervenuti se non morbidissimi), alle Dr Martens.
L’innamoramento totale però è arrivato alle medie per la scarpa per me perfetta: la sneaker. Andavano tantissimo i Take That all’epoca e le tute Adidas con le strisce di lato, mia madre su mia insistenza (per una volta) me ne comprò un esemplare in colore nero-bianco. Le altre mie tute erano Robe di Kappa e altre marche sconosciute, non tanto diverse da Adidas, ma quelle strisce facevano tutta la differenza. Non possedevo sneaker di marca, erano robe tipo Robe di Kappa (ancora, evidentemente costava poco) e (credo) LA Girl. Niente roba di classe, che allora costava un fottio di soldi, tanto che madre si svenava una volta al mese per comprare le più fiche in assoluto a mio fratello, che le sfondava e poi si ricominciava da capo, ricordo con precisione le Reebok Air Pump, credo la bellezza di trecentomila lire.
Ma, qualcuno guardò giù verso i miei sfigatissimi piedi (taccio del resto, l’abbigliamento in quel periodo per la mia età era inesistente, ci si vestiva tutti malissimo) e mi vennero passate da una conoscente un paio di Adidas LA trainer - quelle con i tre bottoncini sulla suola, per capirci - smesse. La prima volta che le indossai, mi pareva d’essere la regina della moda. Erano ormai fruste, scolorite, un po’ raggrinzite, ma erano bellissime. Insieme alle scarpe indossavo l’agognata tuta con le tre strisce e mi sentivo così A POSTO, così perfettamente in linea con me stessa e i canoni estetici che lentamente sviluppavo. Più che la tuta, erano davvero quelle scarpe: avevano le strisce credo rosse e la tela sulla parte anteriore, il resto in suede scamosciato color beige grigetto, a causa della vetustà. Ma erano MIE, e nessuno le aveva come me. 
Da allora la discesa nel pozzo delle tentazioni ginniche è andata sempre crescendo: tutta l’adolescenza l’ho passata indossando sneaker di varia foggia, dalle più in voga alle classicissime, le sfondavo, come mio fratello. E le amavo così tanto, seppure alcune mi dessero problemi di vescichette ogni tanto. Ci provavo anche a cambiar modello (specialmente ballerine, le più amate un paio morbido color viola uva) ma niente mi soddisfaceva altrettanto per praticità, comodità ed estetica, camminando tanto non potevo star lì a inerpicarmi su tacchi o zeppe. 
E poi, all’università, l’epifania sandalistica. Premetto che i sandali erano forse peggiori delle calzature chiuse: con il caldo la quantità di vesciche raddoppiava e lo sconforto sudaticcio me li faceva odiare tutti, ma proprio tutti. Ne indossavo alcuni, le scarpe chiuse d’estate non le sopporto da sempre, e tutti quanti erano in qualche modo scomodi: dopo le prime ore di fiducia camminatoria, zac, vescica. Così, niente pace dei sensi. E comprai - allora erano malcagate - il mio primo paio di Birkenstock modello Gizah. Il paradiso. Trombe di angeli e campanelle d’argento. Ovviamente quel cretino del mio allora inqualificabile partner (amici suoi compresi) maschilisticamente mi diceva che erano uno schifo, che non potevo permettermele e bla bla. Così le mettevo quando ero sola. Il resto del tempo ancora orribili sandali con listini sottili dolorosi o zeppe altrettanto piaganti.
E fu così che - dopo una lunga stagione di scomodità - ad oggi nella mia scarpiera ho solo sneakers e sandali Birkenstock (più qualche sparuto modello ipercomodo di altri marchi). Le compro ormai con i miei sudati soldi e quindi mi vizio. Attualmente sul podio (le uso davvero SEMPRE) ci sono tre paia di Flower Mountains, coloratissime, con l’interno in sughero traspirante e sostanzialmente nuvole. Ho qualche Nike, qualche Converse e Fila. In tutto forse una decina (anche di più: circa una sedicina) tra estate, stagioni di mezzo e inverno. Il resto sono quasi tutti sandali Birkenstock, uno stupendo azzurro cielo, uno blu elettrico e un paio classico nero. Le uniche due paia di scarpe col tacco sono in garage (un tronchetto e un sandalo), insieme a un paio di ballerine che non si sa mai. 
Spero abbiate trovato anche voi la pace dei sensi estetica e di comodità che ho trovato io: non potrei più tornare indietro, mai più. E comunque le scarpe sono uno dei giganteschi piaceri della vita, insieme agli smalti per unghie, gli articoli di cancelleria e d’arte e la bella biancheria per la casa.

47-Adidas LA Trainer testo di Iviola
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